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venerdì 26 febbraio 2016

Se per la politica la logica fuzzy è troppo sofisticata... bisogna stare attenti!!! (Si para la politica la logica fuzzy es algo muy sofisticado .... ¡hay que estar atentos!!!)




In questi ultimi giorni, la politica italiana si è vista fortemente segnata dal rozzo escamotage con cui i parlamentari conservatori sono riusciti a bloccare (almeno all'interno della così detta, legge delle unioni civili), la possibilità di riconoscere ufficialmente le coppie omosessuali come dei rapporti meritevoli di essere concepiti anche come spazi relazionali e affettivi, sani e affidabili, definendole implicitamente come non apte a curare la crescita equilibrata e la tutela del bambino.

Come? Secondo il peggiore e più ideologico dei modi, estipulando nel seno della "legge delle unioni civili" la "non obbligatorietà" alla fedeltà all'interno di tali rapporti, quindi facendo passare come se l'inaffidabilità fosse già una caratteristica propria ed intriseca ad esse. Così, vorrebbero indurre un giudizio che considera come criterio di esclusione (nel tema della genitorialità e non solo), la idea secondo la quale nelle relazioni omosessuali, la motivazione sottostante sia esclusivamente di indole sessuale, puramente edonistica e individuale. Per cui esse sarebbero per definizione, uno spazio relazionale e affettivo malsano, instabile e incapace di promuovere la crescita equilibrata e protetta del minore. Tutto ciò ovviamente anche, basato sul falso assioma secondo il quale se "la fedeltà" è richiesta dalla legge (vedi le coppie eterosessuali), essa sarebbe in grado di garantire dei contesti relazionali e affettivi coerenti e affidabili (in particolare, nell'ambito della genitorialità).

Il tentativo del legislatore di fare prevalere un principio ideologico (affermare che esista solo un modello di famiglia funzionale, dal punto di vista della salute mentale) per creare differenze e discriminare, è talmente grossolano che sembra provenga dalla peggiore delle ignoranze, quella del disconoscere la natura umana. Non sapere che il comportamento umano in generale e la psiche in particolare si organizzano rispettando la logica fuzzy, vuol dire non solo avere una idea fortemente ideologizzata dell'essere umano, ma anche ignorare la estrema complessità del sano vivere.

Secondo il pensiero fuzzy, le realtà umana e sociale non sono costruite in termini dilemmatici (vero o falso). Anzi, bisogna affermare con forza che il vivere umano è caratterizzato dall'assenza di concetti e principi con validità universale. Quindi, la realtà dei rapporti umani sani e affidabili altro non è che la somma di tutti gli stati relazionali e affettivi possibili presenti, anche se sconosciuti ad un osservatore (consapevolmente o meno) distratto.

Il legislatore ha la responsabilità sociale di essere in sintonia con il multiverso della complessità sociale umana, anche perché non condividerlo o ignorarlo può volere dire avere una visione autoreferenziale pesantemente condizionata dai propri punti di vista, pregiudizi compresi. Vi è in gioco la salvaguardia dei diritti umani (dell'adulto e del bambino) nello spazio della convivenza sociale, lo dice la Corte di Strasburgo.







En estos ultimos dias, la politica italiana se ha visto fuertemete marcada por el burdo subterfugio con el cual los parlamentarios conservadores han logrado bloquear (por lo menos dentro de la asi llamada "ley de las uniones civiles"), la posibilidad de reconocer oficialmente a las parejas homosexuales como relaciones merecedoras de ser consideradas como espacios relacionales y afectivos, sanos y fiables, definiendolas como no aptas a cuidar y tutelar el crecimiento equilibrado del niño.

¿Cómo? Según el peor y más ideológico de los modos, estipulando dentro de la propuesta de "ley de las uniones civiles" la "no obligatoriedad" a la fidelidad dentro de tales relaciones, por lo tanto haciendo pasar como si la no afidabilidad fuese una caracteristica propia e intrinseca a ellas. Asì quisieran inducir un juicio que considera como criterio de exclusión (en el tema de la paternidad y no solo en ella), la idea por la cual en las relaciones homosexuales, la motivación subyacente sea exclusivamente de indole sexual, puramente hedonista e individual. Por lo tanto un espacio relacional y afectivo malsano, inestable e incapaz de promover el crecimiento equilibrado y protegido del menor. Todo ello obviamente, basado a partir del falso axioma según el cual si la fidelidad es requerida por la ley (el caso de las parejas heterosexuales), esta serìa en grado de garantizar contextos relazionales coherentes y afidables (particularmente en el ámbito de la paternidad).

La intención del legislador de hacer prevalecer un principio ideológico (afirmar que existe sólo un tipo di familia funcional, desde el punto de vista de la salud mental), para crear diferencias y discriminar es tan grosero que parece provenga de la peor ignorancia, aquella referida al desconocimiento de la naturaleza humana. No saber que el comportamiento humano en general y la psiche en particular, se organizan respetando la logica fuzzy, quiere decir no sòlo tener una idea muy ideologizada del ser humano sino también ignorar la extrema complejidad del vivir sano.

Según el pensamiento fuzzy, la realidad humana y social no están construidas en términos dilemáticos (verdadero o falso). Más bien, es necesario afirmar con fuerza que el vivir humano se caracteriza por la ausencia di conceptos y principios con validez universal. Por lo tanto, la realidad de las relaciones sanas y confiables non son otra cosa que la suma de todos los estados relacionales y afectivos posibles presentes, aunque si son desconocidos a un observador (concientemente o no) distraido.

El legislador tiene la responsabilidad social de entrar en sintonia con el multiverso de la complejidad social humana, porque no compartirla o ignorarla puede significar tener una visión autoreferencial profundamente condicionada por los propios puntos de vista, incluyendo los prejuicios. Está en juego nada menos que la salvaguarda de los derechos humanos (del adulto y del niño) en el espacio de la convivencia social, lo dice la Corte de Estrasburgo.




venerdì 19 settembre 2014

Se a difendere il carnefice è la vittima stessa... (Si en defensa del verdugo sale la victima misma...)


Diceva il titolare del giornale, il suo partner la picchiava e la polizia dovette intervenire per fermarlo, e lei.... reagì aggredendo coloro che erano venuti a proteggerla. Un comportamento apparentemente paradossale quello della donna, che può destare delle perplessità a chi da osservatore esterno giudica come incomprensibile  tale reazione inaspettata, per la sua esplicita illogicità. 
Ciò che non sapeva il giornalista che raccontava l'episodio è che il rapporto di coppia, in generale, è l'esempio per eccellenza di quelle relazioni ad intenso coinvolgimento affettivo, nelle quali si creano dei vincoli stretti in grado di dare un senso e un'identità a coloro che ne fanno parte. In effetti, in genere si dice che nel tempo, i membri di una coppia tendono reciprocamente a fare proprie molte delle modalità e degli stili di comunicazione del partner, imitandogli e/o amplificando una loro complementarietà; essa a sua volta incoraggia e consolida lo scambio complessivo tra i componenti del rapporto. Così, per via di questo processo condiviso attivo di conoscenza e di mimesi  nei rapporti di coppie, le persone costruiscono una loro identità che può avere la potenza di organizzare il modo con cui ognuno interagisce (sia dentro che fuori dalla coppia). Non solo, in questo contesto relazionale di intenso scambio e di complementarietà reciproche, quel processo costruisce ciò che viene chiamata "l'identità di ogni coppia" secondo la quale ogni membro del rapporto contribuisce implicitamente o esplicitamente a mettere in piedi quelle caratteristiche che identificano e differenziano ogni coppia dalle altre.
Ma cosa succede in quei rapporti di coppie in cui subentrano dei comportamenti aggressivi e violenti e dei quali non è possibile liberarsene? Come mai essere annientato dal maltrattamento che proviene dal proprio partner non sempre è un potente e decisivo stimolo che spinge a lasciare il campo, per salvare la propria pelle?
Ricordiamo innanzitutto che i rapporti di coppia basano la loro dinamica di scambio e continuità sulla loro prevedibilità relazionale (so cosa posso aspettarme da lui/lei e viciversa). Essa può favorire il consolidamento di quella complementarietà originaria ricercata e a partire dalla quale le persone inizialmente si scelsero.
Secondo l'osservazione clinica delle relazioni disfunzionali e patologiche, sembrerebbe che sono i così detti carnefici o persecutori coloro che hanno il ruolo attivo nella ricerca e selezione del partner, come se ci fosse la necessità di individuare qualcuno con chi poter mettere in motto una dinamica relazionale di dominanza, che nella peggiore delle ipotesi può comportare l'avvio di comportamenti violenti. Così, nei rapporti eterosessuali, ad un persecutore (generalmente sono uomini) egocentrico, dominatore, impulsivo e con un io ipertrofico, corrisponderebbe una persona (generalmente sono donne) insicura, ipersensibile, pasiva, con scarsa autostima e capace di sopportare. Ecco perché si dice che nell'ambito di quelle relazioni che favoriscono la reiterazione ciclica di comportamenti violenti e il loro conseguente consolidamento, esistano delle collusioni che contribuiscono ad alimentare quella tipologia di circuiti relazionali viziosi (i quali a volte addiritura possono tradursi in manovre non gestibili, che possono essere generatrici di atti criminali). Altro non sono che un "gioco" condiviso dietro il quale vi è l'illusione/aspettativa di poter essere vincitori, e che sottintendono diversi livelli di ambiguità e di frustrazione da ambe le parti.
E' come se venisse stimolato un gioco appunto, in cui ci si è maledettamente incastrati dentro ed è difficile uscirne; coloro che, arrivando dall'esterno pretendono interromperlo, possono essere affrontati come delle presenze invadenti e indesiderate, anche da parte di chi rischia pesantemente la propria incolumità nel seno di una tale relazione (come si evince dalla cronaca giornalistica riguardo il comportamento della donna maltrattata a cui facevamo riferimento nel paragrafo iniziale).


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Decia el titular del periodico, su pareja la golpeava y la policia tuvo que intervenir para detenerlo, y ella ... reaccionó agrediendo a quienes habian llegado para protegerla. Un comportamiento aparentemente paradojal el de la mujer, que puede desencadenar perplejidad en quién como observador externo juzga incompresible esta reacción inesperada, por su explicito contenido ilógico.
Lo que no sabia el periodista che contaba el episodio, es que la relación de pareja representa el ejemplo por excelencia de aquellas relaciones con intenso involucramiento afectivo, en las cuales se creano vinculos estrechos en grado de dar un sentido e una identidad a quienes hacen parte de él. Efectivamente, en general se dice que en el tiempo, los miembros de una pareja tienden reciprocamente a hacer propias muchas de las modalidades y de los estilos de comunicación del conyugue, imitándolos y/o incrementando aquello que los complementa; ésto a su vez estimula y consolida el intercambio global entre los componentes de la relación. Es asi que a través de este proceso compartido di conocimiento y mímesis activo en toda relación de pareja, las personas construyen su identidad que puede tener la potencia de organizar el modo con el cual cada uno interactua (sea dentro que fuera de la pareja). No solo, en este contexto relacional de cambio intenso y de complementariedades reciprocas, este proceso construye lo que viene conocido como "la identidad de la pareja" según la cual cada miembro integrante de la relación contribuye implicitamente o explicitamente a poner en pié aquellas caracteristicas que identifican y diferencian cada pareja de las otras.
¿Pero, qué sucede en aquellas relaciones de pareja en las que se explicitan comportamientos agresivos y violentos pero de las cuales no es posible liberarse?,¿cómo asi ser destruido por el maltrato que proviene de la pareja no siempre es un poderoso y decisivo estimulo que empuja a dejar la relación, para salvar la piel?
Recordemos antes que nada, que las relaciones de pareja basan sus dinámicas de intercambio y continuidad a partir de la prevedibilidad relacional (sé que puedo esperarme de él/ella y viceversa).Ello puede favorecer la consolidaciòn de aquella complementariedad original buscada y a partir de la cual las personas inicialmente se escogieron.
Según la observación clinica de las relaciones disfuncionales y patológicas, pareceria que son los asi llamados verdugos o perseguidores quienes tienen un rol activo en la búsqueda y selección de la pareja, como si tuviesen la necesidad de encontrar alguien con quien poder iniciar una dinamica de relación de dominación, que en la peor de las hipotesis puede concretizar la activación de comportamientos violentos. Es asì que en las relaciones heterosexuales, a un perseguidor (generalmente son hombres) egocentrico, dominador, impulsivo y con un yo hipertrofico, corresponderia una persona (generalmente son mujeres) inseguras, hipersensibles, pasivas, con poca autoestima y capaz de soportar. Es por ello que se dice que en el ámbito de aquellas relaciones que favorecen reiterativamente los comportamientos violentos y su consecuente consolidación, existen unas colusiones que contribuyen a alimentar aquella tipologia de circuitos relacionales viciosos (los cuales a veces pueden traducirse en maniobras no controlables, que pueden llegar a ser generadoras de actos criminales). No son otra cosa que un "juego" compartido detras del cual existe la ilusión/expectativa de poder ser vencedores, y que implicitamente involucran diferentes niveles de ambiguedad y de frustración por ambos lados.
Es como si fuera estimulado un juego,en el cual las personas se encuentran malditamente encastradas  y del cual les es dificil poder salir. Aquellos que llegando del externo pretenden interrumpir el juego, pueden ser afrontados como presencias invasivas e indeseadas, incluso de parte de quien arriesga su propia incolumidad en el seno de una tal relaciòn (como evidencia la cronica periodistica acerca del comportamiento de la mujer maltratada, a la cual haciamos referencia en el parrafo iniciale).












giovedì 28 agosto 2014

Il sortilegio in politica e l’ideologia del nulla: tristi espressioni del pensiero acritico ( El hechizo en politica y la ideologia del vacio: tristes manifestaciones del pensamiento acritico)




Qualche giorno fa, un noto leader politico conservatore italiano fece delle dichiarazioni piuttosto sbalorditive. In poche parole, questo pittoresco personaggio si lamentava di esser stato segnato da un congetturato sortilegio (secondo lui, per opera di coloro che proteggevano dalle sue parole offensive, il “nemico” politico da lui fortemente insultato in precedenza).
Denotando la propria ignoranza sul argomento e un penoso stato di confusione mentale (e di pensiero), parlava di un ipotetico rituale di “macumba” subito e del suo bisogno di essere aiutato dall’esorcismo, come se si trattasse di pratiche e di rituali che si corrispondessero (non solo a livello logico ma anche dal punto di vista delle cosmovisioni e dei principi magico religiosi sottostanti), sollecitando l’aiuto di un “esperto” in materia. Sarebbe come, da un’altra prospettiva di cura, volere combattere il mal di testa facendo una cura per un’infezione intestinale.
Sempre secondo lui la presumibile influenza maligna l’avrebbe condannato a vivere, nell’arco di un breve periodo di tempo, una catena di svariati eventi malaugurati di indoli diversi nella sua vita privata, l’ultimo dei quali era stato la presenza di un serpente in casa sua che lui aveva trucidato e per questo motivo era stato anche denunciato, trattandosi di una specie protetta.   
“Non ci far litigare” –disse la Regina Bianca con tono ansioso- “Qual è la causa del lampo?”
“La causa del lampo” –disse risolutamente Alice, perché ne era quasi certa- “è il tuono… no, no” –si corresse in fretta- “volevo dire viceversa…”. “E’ troppo tardi per correggersi” –disse la Regina Rossa- “quando hai detto una cosa, è così e ne devi subire le conseguenze”.
Ecco, porsi domande, auto riflettere, cercare delle risposte, fanno parte del processo continuo del nostro vivere la vita, è la modalità attraverso la quale cerchiamo di capire la complessità delle nostre esistenze e per fare in modo che le nostre vite traducano e rispecchino il tentativo  del vivere di ognuno sulla base di ciò che decidiamo abbia valore. Questo processo riflessivo continuo ha necessariamente degli effetti, delle conseguenze, sulle nostre vite e quindi su ciò che noi facciamo. Percepiamo attraverso le inferenze e deduzioni che a loro volta ci inducono a trarre delle conclusioni che confermano i nostri principi esplicativi costituendo un cerchio cognitivo e di scelte decisionali continuo. Sta a noi fare si che la circolarità dei nostri ragionamenti sia in grado di avviare processi di pensiero e di azione virtuosi aperti a livelli logici in grado ogni volta di più di raggiungere prospettive più elaborate di analisi e di comprensione.
Quel noto politico ingenuamente, con le sue parole ha messo in evidenza la sua scarsa consapevolezza riguardo ciò che lui stesso contribuisce a costruire nel suo rapporto con la realtà circostante attraverso il proprio pensiero acritico e semplicistico : un susseguirsi di sciagurate affermazioni che lo costringono (inesorabilmente), a vivere in una realtà impoverita da luoghi comuni e costruita a partire da stereotipi ideologici autoreferenziali, da pregiudizi etnocentrici (molti di essi carichi di violenza e aggressività). In effetti, nel suo mondo (e ovviamente anche di quello dei suoi seguaci) non vi è spazio per l’apertura e l’onesta dei sentimenti verso i così detti “diversi” ma solo per il compiacimento del pensiero unico omogeneo; scarsamente consapevole della propria povertà intellettuale, per niente empatico e incapace di osservare ciò che accade in torno a loro stessi.
Un pensiero politico che pretende fare una diagnosi della realtà partendo dall’ignoranza dei propri pregiudizi, anzi avvalendosi inconsapevolmente di essi, non è altro che una politica vuota fatta da costrutti inventati arbitrariamente a partire dal pensiero banale e sciatto, non critico e non creativo. Esso può soltanto comportare l’impossibilità costitutiva di non essere mai in grado di trovare migliori modi di pensare per migliorare la vita in società. 



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Hacen algunos dias, un conocido lider politico conservador italiano hizo unas declaraciones sorprendentes. En pocas palabras, éste personaje pintoresco se lamentaba de haber sido marcado por un supuesto embrujo (según él por obra de aquellos que han protegido de sus palabras ofensivas, al “enemigo” politico que él mismo habia precedentemente ofendido).
Haciendo ver su ignorancia acerca del tema y un penoso estado de confusión mental (y de pensamiento), hablaba de un improbabile ritual de “macumba” y acerca de la necesidad de ser ayudado por intermedio del esorcismo, como si se tratase de practicas y rituales equivalentes (no solo del punto de vista lógico sino también de cosmovisiones analogas con principios magico religiosos similes), solicitando  la ayuda de un “experto” en la materia. Seria como si desde otra perspectiva de cura, se quisiera combatir una cefalea haciendo una cura para una infección intestinal.
Sempre según él mismo, la presunta influencia maligna lo habria condenado a vivir, en un breve espacio de tiempo, una cadena de diversos malaventurados eventos en su vida privada, el último de los cuales habria sido la visita de un serpente en su casa, que habia matado y por lo cual habia sido denunciado por tratarse de una specie protegida.
“No nos hagas pelear” dijo la Reina Blanca en tono ansioso – “¿Cual es la causa del relámpago?”
“La causa del relámpago” –dijo resueltamente Alicia, porque era casi convencida- “es el trueno, no, no….”  -si corrigió apresuradamente-  “queria decir al contrario…” “Es demasiado tarde para corregirte” –dijo la Reina Roja-  cuando has dicho una cosa es asi y debes sufrir las consecuencias de ello.”
Exactamente, ponerse preguntas, auto reflexionar, buscar respuestas, hacen parte del proceso continuo de nuestro vivir la vida, es la modalidad con la cual tratamos de entender la complejidad de nuestras existencias y hacer en modo que nuestras vidas traduzcan y reflejen el tentativo de cada uno de vivir en base a aquello que tiene valor para nosotros. Este proceso reflexivo continuo provoca necessariamente efectos, consecuencias, sobre nuestras vidas y por ende sobre lo que hacemos.
Percibimos a través de las inferencias y deducciones que a su vez nos inducen a costruir conclusiones que confirmen nuestros principios explicativos constituyendo un circulo cognitivo y de elecciones decisionales continuo. Dependerà de nosotros hacer que la circularidad de nuestros razonamientos sea capaz de estimular procesos de pensamiento y de acción virtuosos abiertos a niveles lógicos en grado cada vez más de alcanzar prospectivas más elaboradas de análisis y de comprensión.
Aquel conocido politico ingenuamente, con sus palabras ha puesto en evidenzia su escasa conciencia acerca de lo que él mismo es capaz de poner en pié en su relación con la realidad circundante a través de su mismo pensamento acritico y simplista: una cadena de desafortunadas afirmaciones que lo costringen (inexorablemente) a vivir en una realidad pauperizada por lugares comunes construidos desde estereotipos ideologicos autoreferenciales, por prejuicios etnocéntricos (muchos de ellos cargados de violencia y agresividad). En efecto, en su mundo (y obviamente también del de sus seguidores) no hay espacio para la apertura y la honestidad de los sentimientos hacia los asi llamados « diferentes » sino solo para el complacimiento respecto al pensamiento unico y homogeneo ; con escasa conciencia de la propia pobreza intelectual, para nada empático incapaz de observar lo que succede alrededor de ellos mismos.
Un pensamiento politico que pretende cumplir un diagnostico de la realidad a partir de la ignorancia de sus propios prejuicios, o mas bien sirviéndose de ellos, no es otra que una politica vacia hecha en base a constructos inventados arbitrariamente desde el pensamiento banal y chato, no critico y no creativo. Ello puede solo comportar la imposibilidad constitutiva de no poder ser capaz jamás de encontrar mejores modos de pensar para mejorar la vida en sociedad.

sabato 2 agosto 2014

Cosa sono le dipendenze dal virtuale? (¿Qué cosa son las dependencias del virtual?)




L’Hikikomori è una sindrome studiata nella popolazione degli adolescenti in Giappone, che etimologicamente  significa “mi ritiro”. Si caratterizza dal fatto che il ragazzo che ne è affetto costruisce un rapporto esclusivo con le realtà virtuali di Internet e dei videogiochi o la televisione, all’interno delle quattro mura della propria abitazione dove cerca un rifugio protettivo (anche rispetto ai propri familiari).
Sembrerebbe che tra i giovanissimi, nelle sue forme più gravi, esse siano legate ad un disagio vissuto in età adolescenziale (e anche durante la pubertà) in ambito relazionale, probabilmente stimolato da contesti sociali altamente competitivi o anche violenti. “Tutti mi prendono in giro…”; “non riesco ad andare d’accordo con gli altri…”; “sono stato minacciato più volte..”; sono alcune delle frasi con cui spesso tendono a giustificare la propria chiusura verso il sociale. Quindi, l’auto percezione di fragilità da parte del ragazzo o ragazza, oppure la sua incapacità a tollerare dei livelli alti di stress in ambiti interpersonali, favorirebbero l’auto esclusione. La motivazione sottostante sarebbe in molti casi, la percezione di avere a che fare con rapporti e contesti nei confronti dei quali vi è un senso di soggezione, inadeguatezza o impreparazione, che penalizza drammaticamente la loro vita di relazione.
In età giovanile, è riscontrabile anche fra coloro che si trovano a subire condizioni di vita di grossa difficoltà familiare o sociale come possono essere quelle delle persone sole, dei disoccupati, di coloro che sono in cassa integrazione o con delle difficoltà intra familiari. In questi casi, gli specialisti preferiscono parlare di un rapporto patologico con le tecnologie della comunicazione. Questa tipologia di rapporto, può avere una precisa durata di tempo (alcuni mesi), una discontinua che in genere finisce per esaurirsi nella misura in cui il soggetto stesso modifica il comportamento additivo, uscendone. Per alcuni è necessario non rinnovare l’abbonamento internet, come una strategia estrema di interruzione del comportamento ossessivo.
Il carattere compulsivo del comportamento, insito alle dipendenze, può associarsi a tutte le varianti potenzialmente gratificanti di cui è in grado attualmente di offrire lo spazio virtuale: il gioco d’azzardo on line, i giochi di ruolo on line, gli acquisti on line compulsivo, il sesso virtuale, le relazioni via chat rooms, ecc. Questa nuova tipologia di dipendenza è frequentemente associata a sintomatologie depressive e ossessivo compulsive. Comunque si può parlare di un vero e proprio comportamento psicopatologico, di dipendenza appunto, dal momento in cui diviene coattivo, ripetitivo che stimola il “craving” (desiderio forte). 
L’uso consapevole, equilibrato e razionale del mezzo (di informazione e di comunicazione) dipende dalla capacità del utente per trovare un equilibrio tra la concretezza di ciò che avviene nel mondo reale e le possibilità apparentemente infinite del mondo virtuale. Questa equilibrio può essere la premessa a partire dalla quale fare sì che il mezzo si adatti alle nostre esigenze di trovare nuovi strumenti che ci aiutino ad affrontare meglio una realtà sociale sempre più complessa e imprevedibile.


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El Hikikomori es un sindrome estudiado entre la población de adolecentes del Japón, que etimologicamente significa “me retiro” . Se caracteriza por el hecho que el chico que ha sido afectado se construye una relación exclusiva con las realidades virtuales de Internet y de los videojuegos o de la televisión, dentro de las cuatro paredes de su casa en donde busca un refugio protector (también respecto a sus familiares).
Pareceria que entre los más jovenes, sus formas más graves, estén ligadas a un malestar psicológico vivido durante la adolescencia (y también durante la pubertad) en ámbito relacional, probablemente estimulado por contextos sociales muy competitivos o violentos. “Todos se rien de mi…”; “no logro ir de acuerdo con los demás…”; “he sido amenazado varias veces…”; son algunas de las frases con las cuales tienden a justificar el proprio cierre frente al social. Por lo tanto, la autopercepción de fragilidad por parte del chico o de la chica, o sino su incapacidad a tolerar niveles altos de stress en ámbitos interpersonales, favorecerian su auto exclusión. La motivación subyacente seria en muchos casos, la percepción de tener que afrontar relaciones y contextos frente a los cuales existe un sentido de sumisión, inadecuación o impreparación, que castigan drammaticamente sus vidas de relación.
En edad juvenil, se le encuentra también entre quienes viven condiciones de vida de fuerte dificultad familiar o social, como pueden ser aquellas de personas solas, de los desocupados, de aquellos que están en el Fondo de Garantia Salarial o que tienen dificultades intra familiares. En estos casos, los especialistas prefieren hablar de una relación patológica con las tecnologias de las comunicaciones. Esta tipologia de relación puede tener una precisa duración de tempo (algunos meses), una discontinuidad que generalmente termina por extinguirse en la medida en que el sujeto mismo modifica el comportameiento adictivo, dejandolo. Para algunos es necessario no renovar el abono internet, como estrategia estrema de interrupción del comportamento obsesivo.
El carácter compulsivo del comportamento, proprio de las dependencias, puede asociarse a todas las variantes potenzialmente gratificantes que actualmente es capaz de ofrecer el espacio virtual: el juego de azar on line, los juegos de roles on line, las compras compulsivas on line, el sexo virtual, las relaciones en chat rooms, etc. Esta nueva tipologia de dependencia está frequentemente asociada a sintomatologias depresivas y obsesivo compulsivas. De cualquier forma, se puede hablar de un verdadero comportamiento psicopatologico, de dependencia, desde el momento en el cual deviene coactivo, ripetitivo que estimula el “craving” (deseo fuerte”).
El uso conciente, equilibrado y racional del medio, depende de la capacidad del usuario en encontrar un equilibrio entre la concretitud de lo que succede en el mundo real y las posibilidades aparentemente infinitas del mundo virtual. Este equilibrio puede ser la premisa a partir de la cual hacer que el medio (de información y de comunicación), se adapte a nuestras exigencias por encontrar nuevos instrumentos que nos ayuden a afrontar mejor una realidad social cada vez más compleja e imprevedible.




giovedì 26 giugno 2014

E’ possibile vivere malgrado quei dolori lancinanti? (¿Es posible vivir a pesar de aquellos dolores lancinantes?)



L’altro giorno arrivò alla mia buca delle lettere una "pubblicità" lasciata dai “procacciatori di salvezza porta a porta”,  in cui si proponeva provocatoriamente la   domanda "smetteremo mai di soffrire?” Come se nella vita vi  fossero delle situazioni tali, che in quanto esperienze tragiche e inaspettate, potessero in senso fatalistico, soltanto elicitare risposte univoche di sofferenza appunto….e pensavo per esempio a situazioni così drammatiche come quelle in cui i genitori sopravvivono ai propri figli, quindi di perdite avvenute per cause tutt’altro che naturali. Quelle perdite così difficili da accettare come per poter affrontarne il senso e passare oltre per ritrovare il flusso vitale e generativo bloccato dalle perdite subite. Come accettare di essere testimoni dei dolori della vita di fronte a vite brevi spezzate da agenti maledettamente imprevisti, circostanziali e uscirne indenni?
Sono vissuti che fanno riferimento a dei significati talmente intimi e privati che a malapena potremmo cogliere finché non fanno parte del bagaglio personale di ognuno di noi (perché il dolore si conosce dalla esperienza). Il dolore e la sofferenza sono emozioni che accompagnano l’esistenza umana e pure a seconda come gli viviamo soggettivamente, a volte ci impedisce di condividerle per poter trasformare l’assenza in ricordo. Scoprire quindi che ambi due sono l’espressione del processo evolutivo insito nel cerchio della vita può farne la differenza. Parafrasando l’autore diremmo che essi sono intrinsecamente legati alla nostra condizione umana, nella quale la morte (che fa parte della vita) è una ferita profonda che guarisce spontaneamente a condizione che non si faccia niente per ritardarne la cicatrizzazione.
Nell’ambito della clinica delle perdite e del lutto vi è il principio secondo il quale la condivisione della sofferenza ci apre alla possibilità di fare quel po’ di chiarezza nel mezzo del buio del dolore lancinante, che ci può aiutare a non perdere la consapevolezza di fare parte comunque di un processo evolutivo più ampio, costante e del quale siamo protagonisti (volenti o nolenti).

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El otro dia llegó a mi buzón de cartas una “publicidad” dejada por unos “proveedores de salvación puerta a puerta”, en la que se proponia provocativamente la pregunta “¿dejaremos alguna vez de sufrir?”. Como si en la vida hubiesen situaciones que como experiencias trágicas e inesperadas, pudiesen en sentido fatalista, solo estimular respuestas univocas , o sea de sufrimiento…. y pensaba por ejemplo a situaciones tan dramáticas como aquellas en las que los padres sobreviven a sus hijos, es decir pérdidas por causas que no son naturales. Aquellas pérdidas tan dificiles de aceptar como para poder afrontar su sentido e ir más allá para retomar el flujo vital y generador bloqueado por las pérdidas mismas. ¿Cómo aceptar ser testigos de los dolores de la vida frente a vidas breves interrumpidas por agentes malditamente imprevistos, circunstanciales e salir indemnes ?
Son vivencias que se refieren a unos significados muy intimos y privados que a duras penas podremos entender mientras que no sean parte de nuestro bagaje personal (por que el dolor se conoce por la experiencia). El dolor y el sufrimiento son emociones que acompañan la existencia humana y sin embargo según cómo los vivimos subjetivamente, a veces nos impide di compartirlos para poder transformar la ausencia en recuerdo. Decubrir que ambos son la expresión del proceso evolutivo inherente al circulo de la vida puede hacer la diferencia. Parafraseando el autor diria que estos están intrinsecamente ligados a nuestra condición humana, en la qual la muerte (que es parte de la vida) es una herida profonda que se sana expontaneamente a condición que no se haga nada que retraze el proceso de cura.
En el ámbito de la clinica de las pérdidas y del luto existe el principio según el cual compartir el sufrimiento nos permite abrirnos a la posibilidad de hacer un poco de claridad en medio a la oscuridad del dolor lancinante, que puede ayudarnos a no perder conciencia de ser parte de un proceso evolutivo mas amplio, constante y del cual  somos protagonistas (queriéndolo o no).


giovedì 15 maggio 2014

Disagio psicologico e ignoranza ecologica : due facce della stessa medaglia epistemologica (Malestar psicologico e ignorancia ecologica: dos caras de la misma medalla epistemològica)

Vi è un ampio accordo diffuso fra i diversi studiosi sul cambiamento verificatosi nel contesto delle psicoterapie sistemiche (riguardo il comportamento umano, le relazioni, le emozioni e le attribuzioni di significati), a proposito delle modalità con le quali gli individui trovano gli strumenti ermeneutici che gli permettono di avviare dei micro processi evolutivi lungo il percorso terapeutico.
L’enfasi viene posta sulla persona dello psicoterapeuta, essendo che lui (lei) innesca non solo delle consapevolezze riguardo come osservare per raccogliere dei dati (e non delle cause esplicative), ma anche sul come apprendere da ciò che emerge da tale processo esplorativo costante, a più livelli. E non solo, anche le domande con cui lo psicoterapeuta acquisisce delle informazioni fanno sì che vengano stabilite delle connessioni dei dati in unità di analisi almeno triadiche (del tipo, "Giovanni parla con Sofia per fare capire a Susanna"…) che mettano in relazione i diversi “pezzi” del puzzle. Ciò a sua volta  rispecchia la complessità delle dinamiche relazionali in gioco, secondo il principio “il complesso spiega il semplice”.
Ecco che l’arte di porre delle domande non banali, dipende in primis da questa ricerca attiva da parte dello psicoterapeuta, per dare spazio ad una narrazione alternativa plausibile in cui non venga fotografata la realtà, ma attraverso la quale ci si aprano delle opzioni inesplorate oltre i vincoli, i pregiudizi e le congetture in cui l’individuo era rimasto impigliato.
Come mai l’ermeneutica che sottende uno sguardo incentrato sulla monade (cause interne) o la dìade (relazione causa-effetto) con cui le persone comuni tendono a decodificare-interpretare-affrontare i dilemmi e le difficoltà presenti nelle le loro vite, possono divenire cause della propria infelicità? Seguendo la logica dell’ analisi pragmatica comparata, basti osservare ciò che a livello dei macro sistemi succede per via dell'ignoranza ecologica con cui dei governi del nostro pianeta (curiosamente, sopra tutto quelli economicamente più potenti) si sono rapportati con l’ambiente lungo i diversi periodi della storia dell’umanità fino ai giorni nostri. Essa sta portando ai suoi abitanti verso delle condizioni di vita minacciata da cambiamenti climatologici e bio sistemici epocali ogni volta più difficili da gestire….fino al punto di rischiare la nostra propria estinzione.
Anche se le motivazioni sottostanti e la natura dei processi impliciti in gioco nel rischio della nostra fine come specie rispetto a quelli impliciti nella sofferenza psicologica degli individui sono molto diversi fra di loro, ambe due le situazioni ci riportano ad avere a che fare con dei sentimenti di impotenza analoghi di fronte a degli effetti indesiderati, che vanno dalla cronicizzazione degli stessi alla collusione accecante rispetto alla complessità dei fenomeni coinvolti, per cui paradossalmente coresponsabile dell’amplificazione degli effetti dannosi osservati.

  

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Existe amplio acuerdo entre los distintos estudiosos del cambio que se verifica en el contexto de las psicoterapias sistémicas (referido al comportamento humano, las relaciones, las emociones y las atribuciones de significados), a proposito de las modalidades a través de las cuales los individuos encuentran los instrumentos hermenéuticos que activen micro procesos evolutivos a lo largo del recorrido terapeutico.
El énfasis se pone en la persona del psicoterapeuta, siendo che él (ella) gatilla la conciencia no solo acerca de còmo observar para recoger datos (en lugar de causas explicativas), sino también acerca de còmo aprender de aquello que emerge de tal proceso exploratorio constante, a varios niveles. Y no solo, también las preguntas con las cuales el psicoterapeuta adquiere informaciones, hacen que se establezcan  conexiones de los datos en unidades de analisis por lo menos triadicas (del tipo, “Juan habla con Sofia para que Susana entienda”…) que ponen en relaciòn los distintos“pedazos”del rompe-cabeza. Ello a su vez refleja la complejidad de las dinamicas relacionales en juego, segùn el principio “la complejidad explica el simple”.
Asì, el arte de poner preguntas no banales, depende en primer lugar de una bùsqueda activa por parte del psicoterapeuta, por dar espacio a una narraciòn alternativa plausibile en la cual la realidad no es fotografiada, sino que a través de aquella se abren opciones no exploradas que van màs allà de los vinculos, los prejuicios y las conjeturas en las que el individuo se habia quedado imprisionado.
¿Còmo asì la hermenéutica que supone una mirada concentrada en la monada (causas internas) o las diadas (relaciòn causa-efecto) con la cual las personas comunes tienden a decodificar-interprentar-enfrentar los dilemas y dificultades presentes en sus vidas, pueden devenir causas de su propia infelicidad?
Siguiendo la lògica del analisis pragmatico comparado, baste observar lo que succede a nivel de los macro sistemas. En razòn de la ignorancia ecologica con la cual muchos gobiernos de nuestro planeta (curiosamente, sobre todo aquellos economicante màs potentes) se han relacionado con el ambiente a lo largo di diversos periodos de la historia de la humanidad hasta nuestros dias, estàn llevando a sus habitantes hacia condiciones de vida amenazada por cambios climatològicos y bio sistémicos epocales cada vez màs dificiles de enfrentar… hasta el punto de arriesgar nuestra propia extinciòn.
Aunque si bien las motivaciones subyacentes y la naturalezza de los procesos implicados en juego en el riesgo de nuestro fin como especie respecto a aquellos implicados en el sufrimiento psicologico de los individuos son muy diferentes entre si, ambas situaciones nos colocan en la posiciòn de provar sentimientos de impotencia frente a unos efectos indeseados anàlogos que van desde la cristalizacion de los mismos a la colusiòn enceguecedora rispecto a la complejidad de los fenomenos involucrados, por lo tanto paradojalmente coresponsable de la amplificaciòn de los efectos dañinos observados.

giovedì 20 marzo 2014

Da genitori a figli: le inferenze che fanno male (De padres a hijos : las inferencias que hacen mal)



Per me, una di quelle esperienze che considero personalmente più frustranti e con cui sono spesso a contatto per il mio lavoro clinico, riguarda il fatto di essere testimone dell’ineluttabilità con cui può essere consolidato e trasmesso il disagio psicologico, diffondendosene a macchia d’olio indisturbato, da una generazione alla altra.
Nella stanza in cui esercito il mio lavoro da psicoterapeutara, tra le tante storie che  mi raccontano della difficoltà di vivere, molte di esse mi mettono a stretto contatto con persone portatrici di narrazioni di vite costruite intorno e a partire dall’abuso di sostanze. Sono perlopiù giovani adulti che provengono da percorsi di infanzie ferite e infelici. Individui che crescono all’interno di processi evolutivi di effetto deformante, nei quali hanno vissuto esperienze di abbandono, di abuso e/o di trascuratezza.  Ciò che più mi colpisce è verificare quanto spesso succede da quando queste persone divengono genitori, ne mettano in atto comportamenti che portano a definire loro stessi “dei cattivi genitori”: inaffidabili e assenti. Incapaci di proporre delle modalità di relazione di cura e di affetto alternative a quelle da loro stessi ricevute, agiscono quindi trasmettendo intergenerazionalmente sui propri figli ciò che di  doloroso e malsano hanno vissuto sulla propria pelle.
In fatti, quasi come se vi fosse una coazione a ripetere, ne vengono riproposti modelli e stili di relazione di cui non ne possono fare a meno, nonostante abbiano gli stessi effetti pragmatici di sofferenza, di abbandono e di trascuratezza sui loro figli, simili alle esperienze da loro subite. Ed è così che finiscono per trasmettere una catena dolorosa di comportamenti, di relazioni e di emozioni che imprigiona e condiziona i loro figli, e che non sempre sono disposti a (inte)rompere. Come se la genitorialità loro gli rimettesse a contatto con delle "verità" nei confronti delle quali è impossibile differenziarsi, per cui bisogna o confermare la propria incapacità ad assolverla fuggendo dal potere essere una figura affettiva di riferimento nutriente e vicina oppure ripetendo acriticamente ciò che si è stati costretti a subire da figlio. Un tale modo fatalistico e compulsivo di agire, fa riferimento all’ingerenza di quelle credenze e pregiudizi in base ai quali ogni essere umano costruisce la propria identità e che non sempre si è disposti a mettere in discussione; ancora di più se con esse (paradossalmente) ci si impara ad ottenere delle rassicurazioni piacevoli immediate e di conseguenza ne ha sviluppato un  rispetto reverenziale, acritico.



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Para mi, una de esas experiencias que considero personalmente más frustrante y con las quales estoy frecuentemente en contacto por mi trabajo clinico, se refiere a ser testigo de la ineluctabilidad con la cual se puede reforzar y trasmitir el malestar psicológico, difundiéndose como mancha de aceite imperturbable, de una generaciòn a la otra.
En el espacio en donde ejerzo mi trabajo de psicoterapeuta, entre las tantas historias que  me cuentan acerca de la dificultad de vivir, muchas de éstas me ponen en estrecho contacto con personas que cargan consigo narraciones de vida construidas alrededor y desde el abuso de substancias. Son generalemente jovenes adultos que provienen de recorridos de infancias heridas e infelices. Individuos que han crecido dentro de procesos evolutivos con efecto deformador, en los cuales han vivido experiencias de abandono, de abuso y/o de descuido. Lo que más me golpea es, comprobar cuánto frecuentemente sucede que cuando estas personas devienen genitores, actúen comportamientos que llevan a definirlos como unos “malos genitores”: no confiables e ausentes. Incapaces de proponer modalidades de relación de cuidado y afecto, alternativas a aquellas que ellos mismos recibieron, actuando por lo tanto en forma tal que trasmiten intergeneracionalmente a sus hijos aquello que de doloroso y malsano han vivido sobre su propia piel.
En efecto, casi como si hubiese una coerciòn a repetir, son repropuestos modelos y estilos de relación que no pueden ignorar, a pesar de que éstos tengan los mismos efectos pragmáticos de sufrimiento, abandono y descuido sobre sus hijos, semejantes a las experiencias sufridas por ellos mismos. Es asi que terminan por transmitir una cadena dolorosa de comportamientos, de relaciones y de emociones que aprisionan y condicionan sus hijos, y que no siempre son dispuestos a interrumpir. Como si el ser genitores crease la condición de estar a contacto con  “verdades”  frente a las cuales es imposible diferenciarse, por ende se hace necesario, o confirmar la propia incapacidad a absolverla huyendo de la posibilidad de ser una figura afectiva de referenzia nutritiva y cercana o sino repitiendo acriticamente aquellos comportamientos sufridos como hijo. Este modo fatalista y compulsivo de actuar tiene que ver con la ingerencia de creencias y prejuicios en base a los cuales cada ser humano construye su identidad y que no siempre està dispuesto a poner en discusiòn; màs aùn si con ellas (paradojalmente) ha aprendido a obtener aseguraciones placenteras inmediatas y consecuencialmente ha desarrollado un respeto reverencial, acritico.





giovedì 6 febbraio 2014

Dal taedium vitae tossicomanico verso mondi possibili inediti….. (Del taedium vitae toxicománico hacia mundos posibles inéditos......)





E’ l’abuso di sostanze che organizza la psiche del tossicomane stimolando la compulsività ossessiva  propria delle dipendenze oppure sono le emozioni che egli prova nell’arco della sua vita, che organizzano dei sentimenti che promuovono, consolidano e giustificano il comportamento di abuso?
Probabilmente questo è uno dei tanti falsi dilemmi su cui sono costruite le tossicomanie e che stanno alla base della loro cronicizzazione. Comunque sia, la tossicomania è quella "belva insaziabile" che spinge a chi ne subisce il suo prepotente predominio, verso il vuoto incolmabile dell’infelicità spingendo a chi ne è vittima in un loop di taedium vitae e di ulteriore dolore che a sua volta ne richiede della corazza anestetica (che la sostanza provvede) perché il malessere nei confronti di se stesso diviene un malessere di stare con e nel mondo.
Vi sono dei contesti di cura in cui il approccio medicalizzante è complementare e in qualche maniera subordinato a quelli psicoterapeutico ed educativo. In effetti, all’interno di alcune comunità terapeutiche residenziali contro le tossicodipendenze (come quelle della rete SAMAN), si aprono degli spazi individuali e di gruppo all’interno dei quali avviene il confronto, la riflessione e (soprattutto) l’auto osservazione.
Coloro che da operatori contribuiscono a crearli tali spazi, ne raccolgono le fatiche (psichiche, relazionali ed esistenziali) indicibili di chi non sa di non sapere, annebbiato dalle proprie narrazioni nell’autoinganno. Ma, essendo la tossicomania anche una realtà intersoggettiva, i gruppi rappresentano per l’operatore lo strumento per eccellenza con cui avviare un processo lento, non lineare, a volte contorto ma alla fine virtuoso (anche se imprevedibile). Grazie a quel processo co creato e intersoggettivo le identità individuali si riflettono fra di loro in un gioco a specchi che permette la condivisione di immagini, quelle di loro stessi, ma crudamente nuove. I gruppi terapeutici in particolare, sono quello spazio privilegiato in cui le persone imparano a conoscersi, cogliendo (nel confronto) quelle sfumature che caratterizzano l'identità di ognuno e che possono essere la giusta conferma sulla possibilità di essere in grado di costruire/abitare in nuovi possibili mondi (liberi dal giogo tossicomanico).



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El abuso de sustancias organiza la psique del toxicómano estimulando la compulsividad obsesiva propia de las dipendencias o acaso son las emociones que él prueba en su vida, las que organizan aquellos sentimientos que promueven, consolidan y justifican el comportamento de abuso?
Quizàs este sea uno de los tantos falsos dilemas sobre los que se construyen las toxicomanias y que están a la base de su cronicidad. De todas maneras, la toxicomanía es aquella "bestia insaciable" que empuja hacia el vacio irrecuperable de la infelicidad, introduciendo a quién es su victima en un bucle de taedium vitae y de ulterior dolor, que a su vez incita la necesidad de poseer una coraza anestética (que la substancia provede) pues el malestar consigo mismo deviene un malestar de estar con y en el mundo.
Existen contextos de cura en los que el modelo médico es complementario y en alguna manera subordinado a los modelos psicoterapeutico y educativo. Efectivamente, dentro de algunas comunidades terapeuticas residenciales  contra las toxicodependencias (como aquellas della rete SAMAN), se abren espacios individuales y de grupo en los cuales se costruyen la confrontaciòn, la reflexiòn y (sobre todo) la auto observación.
Quienes como operadores contribuyen a crear tales espacios, recojen los cansancios (psiquicos, relacionales y existenciales) indecibles de quienes no saben de no saber, oscurecidos por las propias narraciones en el auto ingaño. Pero siendo la toxicomania también una realidad intersubjetiva, los grupos representan para el operador el instrumento por excelencia con el cual fomentar un proceso lento, non lineal, complicado pero al final virtuoso (si bien imprevedibile). Gracias a tal proceso cocreado e intersubjetivo las identidades individuales se reflejan entre si, en un juego de espejos que permite compartir las imagenes de cada quien, pero crudamente distintas. Los grupos terapéuticos en particular, son aquel espacio privilegiado en el cual las personas aprenden a conocerse, cogiendo (a partir de la confrontación) aquellos matices que caracterizan la identidad de cada uno y que pueden ser la justa confirmación acerca de la posibilidad ser capaz de construir/habitar en nuevos mundos posibles (libres del yugo toxicomanico).










martedì 3 dicembre 2013

Salute mentale: quella improba ricerca quotidiana (Salud mental: esa intrincada bùsqueda cotidiana)


"...Pastiglie per viaggiare, pastiglie per dormire, pastiglie per mangiare, pastiglie per sognare, pastiglie per il bene, pastiglie per il male.... pastiglie per volare, poter toccare il cielo, legali-illegali...multicolori... per pisciare... per morire... per calmare.....pastiglie per l'amore, di mille forme....." Sono alcune delle stroffe di un brano musicale tormentone di alcuni anni fa in Italia.
Dalla comparsa del Valium quaranta anni fa circa, in sostituzione dei vecchi e rischiosi barbiturici, l'industria farmaceutica dei psicofarmaci ne ha compiuto un'aggressiva diffusione di massa, aiutata da efficaci strategie di marketing in grado di proporre sempre nuove opzioni di cura (che promettono siano terapeuticamente più efficaci e intrinsecamente meno pericolose per la salute del utente, di quelli delle generazioni precedenti). 
Oggi assistiamo ad un fiorente e variopinto mercato psicofarmacopeico caratterizzato dalla miriade di offerte che le case farmaceutiche si prodigano di offrire ad una popolazione sempre più in balia del loro potere economico. Spesso e volentieri sono complici ingenuamente inconsapevoli alcuni medici generici, ginecologi e anche pediatri che con relativa "leggerezza" prescrivono allegramente le così dette benzodiazepine, con modalità che poi si trasformano in percorsi di cura che divengono delle assunzioni abituali (!!!).
Forse uno degli effetti più devastanti di questi lunghi percorsi di cura è quello della dipendenza e con essa, l'effetto tolleranza che costringe i soggetti ad aumentare progressivamente la dose per ottenere lo stesso effetto. Viene quindi da sé come effetto fisiologico correlato, la così detta sindrome da astinenza nel caso vi fosse l'interruzione della terapia.
Ma cosa c'è dietro questo consumo massiccio e acritico (prescritto e non) di tranquillanti, ansiolitici e sedativi? E' tutta responsabilità dello strapotere delle case farmaceutiche e dei loro attenti studi di mercato con cui organizzano le loro "campagne pubblicitarie"? Vi sono degli esperti che medicalizzano un disagio che non ha nulla a che vedere con cause biologiche e che incoraggiano un'industria produttiva? E' per caso lo stress della vita quotidiana e le frustrazioni che essa ci riserva che ci inducono verso una ricerca smodata di "felicità" a prescindere? Data la complessità del tema, probabilmente la spiegazione sta dietro le risposte ad ognuno di questi quesiti. 
La salute mentale è quella dimensione della specie umana, che più di ogni altra particolarità legata al vivere dell'individuo, è stata mistificata da retoriche più o meno erudite e da interventi vari, con l'intenzione velata o meno per controllarla dall'esterno (per eliminare i comportamenti indesiderati o inopportuni), o per motivi estetici (a partire da noi stessi, nella ricerca della "felicità"), o per comprenderla (partendo dall'osservazione, argomentando di poter esplicarla e di essere in grado di agire sul suo funzionamento). 
Purtroppo, non si è diffusa ancora  la consapevolezza epistemologica di quanto la salute mentale venga fallacemente descritta e compresa (dal profano e dall'esperto), a prescindere dalle motivazioni sottostanti (ricerca di  effetti afrodisiaci, ricreativi o sedativi). Il corolario è il suo assoggettamento indotto, il suo "addomesticamento" per via dell'azione manipolatrice esercitata (dall'individuo stesso o da altri).

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"Pastillas para viajar, pastillas para dormir, pastillas para comer, pastillas para fantasear, pastillas para el bien, pastillas para el mal... pastillas para volar poder tocar el cielo legales-ilegales ... multicolores... para orinar... para morir ... para calmar ... pastillas para el amor, de mil formas..." Son algunas estrofas de un pedazo musical de mucho éxito hace algùn tiempo en Italia.
Desde la apariciòn del Valium hace cerca cuatro décadas como sustituciòn de los viejos y arriesgados barbituricos, la industria farmaceutica de los psicofarmacos ha cumplido una agresiva difusiòn de masa, desarrollando eficaces estrategias de marketing capaces de proponer nuevas opciones de cura, que prometen ser terapeuticamente màs eficaces y menos peligrosas para la salud de los usuarios, que los de la generaciòn anterior. Hoy en dia asistimos a un florido mercado psicofarmacopeo caracterizado por la infinidad de ofertas che los laboratorios farmaceuticos se prodigan en ofrecer a una poblaciòn cada vez màs dominada por su poder econòmico.
Frecuentemente, complices ingenuamente inconcientes son algunos médicos genéricos, ginecòlogos y también pediatras que con una cierta "superficialidad" prescriben continuamente las asi llamadas benzodiazepinas, con modalidades que se transforman en tratamientos que devienen asunciones habituales (!!!).
Quizàs uno de los efectos màs devastadores de estos largos prospectos de cura es el de la dependencia y con ella, el efecto tolerancia que obliga a los sujetos a aumentar progresivamente la dosis para obtener el mismo efecto. Cae por si mismo el efecto fisiològico correlacionado, el sindrome de la abstinencia en el caso en que fuera interrumpida la terapia.
Pero que cosa hay detràs de éste consumo masivo y acritico (prescripto o no) de tranquilizantes, ansioliticos y sedantes? Es todo responsabilidad del super poder de los laboratorios farmacéuticos  y de sus atentos estudios de mercado con los que organizan sus "planes publicitarios"? Hay expertos que medicalizan un malestar que no tiene nada que ver con causas biologicas y que alientan una industria productiva? Acaso es el stress della vida cotidiana y las frustraciones que ella nos reserva que nos inducen hacia una bùsqueda desmandada de "felicidad" a cualquier costo? Dada la complejidad del argumento, probablemente la explicaciòn està en cada una de las respuestas a cada uno de estas interrogantes.
La salud mental es aquella dimensiòn del ser humano, que màs de cualquier otra particularidad ligada al vivir de los individuos, ha sido mistificada por retòricas màs o menos eruditas y por intervenciones de diverso tipo, con la intenciòn encubierta o no, de controlarla desde el externo (para eliminar los comportamientos indeseables o inoportunos), o por motivos estéticos (desde nosotros mismos, en la bùsqueda de la felicidad), o para comprenderla (partiendo de la observaciòn, argumentando poder explicarla y ser capaz de actuar sobre su funcionamiento).
Desafortunadamente, no se ha difundido todavìa la conciencia epistemològica acerca de cuanto la salud mental sea falazmente descripta y comprendida (por el experto y por el profano), màs allà de las motivaciones subyacentes (bùsqueda de efectos afrodisìacos, recreativos o calmantes). El corolario es la sujeciòn inducida, la "domesticaciòn" a partir de la acciòn manipuladora ejercitada (por el individuo mismo o por parte de otros).



mercoledì 25 settembre 2013

E se l'operatore si coinvolge affettivamente nelle relazioni d'aiuto? (Y si el operador se involucra afectivamente en las relaciones de ayuda?)




Mi sono chiesto più volte, cos'è che può spingere un operatore del sociale ad utilizzare il proprio ruolo d'aiuto per tentare di "colmare" le proprie esigenze affettive sentimentali attraverso il rapporto con i suoi assistiti, designando la persona bersaglio, dalla sua posizione "privilegiata" come professionista dell'aiuto? Vi è una vittima e un carnefice? 
In effetti, avere a che fare in contesti educativi/riabilitativi, con persone adulte(uomini e donne) cronicamente abituate e rassegnate alla loro storica identità da individui dipendenti, inaffidabili, fragili e impulsivi (che continuano a mettere in atto il loro ampio repertorio di modalità e strategie relazionali con cui provano a sfruttare ogni spazio di relazione che confermi e soddisfi le proprie pretese e desideri), ahimé non poche volte per chi ci lavora come operatore, possono rappresentare paradossalmente l'ipotetica scoperta di una opportunità di completamento affettivo e di redenzione personali.
I vissuti che creano dei legami prima empatici e salvifici, poi di simpatia e sentimentali sono una variabile fortemente presente in ogni contesto d'aiuto fra gli operatori del settore. Succede tutti i giorni, sotto diverse forme e con svariati risultati.
Sembrerebbe che il bagaglio di emozioni con cui  gli operatori si confrontano con racconti di esperienze di fallimento personale, sofferenza e abbandono, stimolino in loro una simpatia che potrebbe favorire un rapporto pseudo paritario con l'assistito(a). In tale senso le emozioni compiono un valore adattivo bis a bis narrazioni di vite mai vissute; esso avviene attraverso una curiosità semplicistica che condiziona pesantemente lo svolgimento del proprio ruolo professionale. Da quel momento in poi le emozioni potrebbero avere valore genetico cioé essere in grado di generare nuove strutture di conoscenza e di relazione a seconda di quelle che sono le aspettative, motivazioni e fragilità del operatore in causa.

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Me he preguntado muchas veces, qué es lo que empuja un operador del social a utilizar su rol de ayuda para intentar "colmar" sus exigencias afectivas sentimentales a través de la relaciòn con sus asistidos, designando la persona blanco, desde su posiciòn "privilegiada" como profesional de la ayuda? Quién es la victima y quién el verdugo?
Efectivamente, estar a contacto en contextos educativos/rehabilitativos, con personas adultas(hombres y mujeres) cronicamente acostumbrados y resignados a su historica identidad como individuos dependientes, no fiables, fràgiles e impulsivos (que continuan a utilizar su amplio repertorio de modalidades y estrategias relacionales con que prueban a utilizar cualquier espacio de relaciòn que confirme y satisfaga sus pretensiones y deseos), desgraciademente no pocas veces para quien trabaja como operador,  pueden representar paradojalmente el descubrimiento de una hipotética oportunidad de completamiento afectivo y de redenciòn personal.
Las vivencias que crean vinculos, primero empaticos y salvificos luego de simpatia y sentimentales, son una variable muy presente en todo contexto de ayuda entre los operadores del sector. Sucede todos los dias, con distintas formas y con resultados mùltiples.
Pareceria que el bagaje de emociones con el cual los operadores se confrontan a las historias de experiencias de fracaso personal, sufrimiento y abandono, estimulen en ellos una simpatia que podria favorecer una relacion pseudo paritaria con el/la asistido. En ese sentido las emociones cumplen un valor adaptativo frente a las narraciones de vidas jamàs vividas; ello sucede recurriendo a una curiosidad simplistica, que condiciona fuertemente el desenvolvimiento del propio rol profesional. Desde aquel momento las emociones podrian tener un valor genético, es decir, ser en grado de generar nuevas estructuras de conocimiento y de relaciòn segun las expectativas, motivaciones y fragilidades del operador en causa.